Australia: Primo trapianto di cuore “morto”.

25 ottobre 2014
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Sidney: sono per ora tre i pazienti ad aver ricevuto dei cuori che avevano smesso di battere da circa mezz’ora al momento della donazione e i chirurghi affermano che questo potrebbe incrementare il numero di possibili donazioni del 30% oltre a consentire di abbattere i rischi dovuti al deterioramento fisiologico dei cuori dopo l’espianto. 

Una svolta che apre grandi possibilità proprio a causa delle modalità in cui solitamente avviene un trapianto di cuore. Normalmente, infatti, esso  viene lasciato battere all’interno del corpo dopo che sia stata dichiarata la morte cerebrale del donatore. Questo metodo però mette un limite al tempo che rimane per poter utilizzare l’organo, soprattutto quando smette di battere (morte cardiaca). Di fatti il trapianto deve sempre avvenire con distacco più breve possibile dalla perdita di battito. Attualmente il cuore donato, subito dopo la cardiectomia, viene posto a temperature molto basse e l’attesa rispetto al suo impianto non deve superare circa le 4 ore, onde evitare danni cardiaci che non permettano poi un recupero di funzionalità considerando anche il fatto che il cuore smette di battere e accentua così il suo deterioramento, non ricevendo più nutrienti e fermandosi.

Questa nuova tecnica al contrario, grazie a un macchinario appositamente studiato chiamato “Heart in a box”, permette al cuore di restare riscaldato e di continuare a battere in una soluzione ricca di ossigeno e nutrienti nell’attesta di essere trapiantato. In questo specifico caso i cuori sono stati monitorati durante la loro funzionalità per circa 4 ore in attesa che fossero “pronti” per essere impiantati nei pazienti.

Negli anni sessanta i primi interventi avvenivano con donatore e ricevente situati in stanze adiacenti, questo per evitare che gli organi potessero deteriorarsi e avere quasi azzerato il tempo d’attesa una volta avvenuta la rimozione del cuore dal donatore. Oggi, come ha affermato il Dott. Khumud Dhital, questo è estremamente difficile e ci ha portato, fino ad ora, a fare affidamento su donatori in morte cerebrale.

“L’incredibile sviluppo della soluzione di conservazione , grazie a questa tecnologia in grado di preservare il cuore, rianimarlo e valutarne la funzionalità, ha reso possibile tutto questo” Dott. Dhitail.

Questo risultato ha delle radici che risalgono a circa vent’anni fa, quando il Dott. MacDonald iniziò a valutare per quanto tempo il cuore potesse mantenersi sano dopo aver smesso di battere. Le sue ricerche lo hanno poi portato allo sviluppo del macchinario necessario (Heart in a box)  e all’applicazione della nuova procedura.

“Rimuoviamo il sangue del donatore per riempire il macchinario (unendolo alla soluzione nutriente), prendiamo il cuore, lo colleghiamo e dopo averlo riscaldato, inizia a battere” Dott. MacDonald

Secondo i chirurghi, inoltre,  grazie  alla possibilità di monitorare il cuore durante il periodo passato fuori dal corpo, si può prevedere se e come il cuore reagirà al nuovo innesto.

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